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26/03/2009
Intervista di Alessandra Calise a Sergio Nava, autore del libro «La fuga dei talenti».
«Se ne vada dall’Italia, lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare: il chirurgo? […] Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi. Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire». È il consiglio che il professore dà a Nicola nell’assegnargli un bel trenta e lode. Nicola è uno studente di medicina nel film «La meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana. Una generazione che non si rassegna al mondo così com'è, e cerca di fare qualcosa per cambiarlo. Una generazione simile a quella raccontata in La fuga dei talenti, il libro di Sergio Nava edito da San Paolo, in libreria da venerdì 20 marzo 2009.
Il dialogo tra il professore e Nicola del film di Giordana è il preambolo del libro. Un’ispirazione per l’autore di Fuga dei talenti per iniziare il suo «viaggio-denuncia nell’Italia che esilia i suoi talenti migliori e i suoi professionisti più preparati, lasciando le posizioni di comando nelle mani di una “casta” che privilegia due categorie di persone: i raccomandati e gli arrivisti sociali». Questo libro racconta ventisette storie di giovani professionisti italiani: professori universitari, ricercatori, manager, consulenti, musicisti, ingegneri, architetti, medici, giornalisti, funzionari europei, tutti emigrati per trovare la propria realizzazione professionale.
Sergio Nava ha 33 anni ed è giornalista. Lavora in Italia ma ha accumulato negli anni diverse esperienze all’estero (in Francia, Gran Bretagna, Germania e Irlanda). Segue da vicino l’evolversi dell’Unione Europea, che considera «pur nei suoi attuali limiti l’unico approdo sicuro per curare l’Italia dei suoi mali endemici».
1) Questo libro è nato a Bruxelles per «dare una risposta a un problema generale»: i talenti italiani che vanno via per trovare le soddisfazioni e costruire il futuro che qui non riescono a pianificare in alcun modo. Giovani «accomunati da un male originale: l’essere bravi, capaci, meritevoli, con una marcia in più. E proprio per questo svalutati, sviliti, rifiutati e messi nell’angolo da un Paese che o non offre loro alcun tipo di opportunità». Quanto c’è di autobiografico in questo racconto?
La genesi di questo libro ha coinciso con un periodo particolare della mia vita. Un periodo difficile, nel quale sono stato seriamente sul punto di lasciare tutto e rimanere all’estero. Le “sirene” in questo senso non mancavano, avrei potuto restarci in una sorta di “prima classe”, in un ambiente diplomatico e ovattato, tra continui viaggi e convegni in giro per l’Europa. Ma fu proprio allora che decisi che non potevo rinunciare a lottare: sarei tornato, e avrei ripreso a lavorare come giornalista al meglio delle mie possibilità. Ma, soprattutto, avrei scritto un libro di denuncia. Denuncia di un Paese profondamente gerontocratico e immeritocratico: talmente provinciale, che il mio capo tedesco non riusciva neppure lontanamente a comprenderne i meccanismi “relazionali” all’italiana, quando provavo a spiegarglieli. Infine, se io appartenga alla categoria dei “giovani meritevoli”, sinceramente non lo posso dire… faccio il possibile per entrarci, ma meglio che siano gli altri a giudicare.
2) L’Italia non premia il merito. Spesso le carriere vengono costruite sulla base di conoscenze, parentele, raccomandazioni. Molti giovani emigrano, poi magari ritornano, qualificati, o decidono di restare all’estero. Esistono campi lavorativi più esposti alla realtà del nepotismo, o crede, piuttosto, che si tratti di una situazione lavorativa generale?
Esistono, a mio parere, categorie più esposte di altre a questo rischio, ma la situazione in Italia riguarda praticamente tutti i settori professionali. Sicuramente i più penalizzati sono i ricercatori e gli aspiranti professori universitari, che nell’ambiente chiuso, baronale e asfittico dei nostri atenei trovano ben pochi motivi di soddisfazione. Non va meglio per i medici, che in una sanità profondamente politicizzata (incredibile, quando ci sono in gioco delle vite umane, no?) devono ogni volta cercare gli “agganci” giusti. Ma non credete che avvocati o architetti se la spassino: spesso finiscono in studi professionali a sgobbare anche dieci ore al giorno sottopagati, al traino di qualcuno che grazie al loro lavoro mette in banca ogni mese migliaia e migliaia di euro. E che dire dei musicisti? O sono raccomandati, o in Italia possono anche morire di fame. Nel mondo dell’impresa le cose dovrebbero teoricamente andare un po’ meglio: dico “teoricamente”, perché qui ci scontriamo con un problema di struttura stessa del sistema imprenditoriale italiano. Le piccole e medie imprese applicano una gestione spesso padronale, che guarda ai laureati quantomeno con sospetto. Gli enti pubblici o ex-pubblici ragionano ancora con logiche politiche, diciamo che i “segnalati” godono tuttora di una corsia preferenziale. Restano così le multinazionali: ma quanto realmente incidono, in termini percentuali di posti di lavoro? Un velo pietoso infine sulla categoria dei giornalisti: a un giovane non posso che sconsigliare ogni ambizione di diventare reporter in Italia. A meno che non abbia il cognome giusto.
3) Il Paese non fa nulla per trattenere i suoi talenti. Fino a oggi non abbiamo assistito a grosse inversioni di marcia. Controesodo (www.controesodo.it), l’idea bipartisan, promossa dall’Associazione TrecentoSessanta e firmata da Pd e Pdl, per favorire il ritorno in Italia dei talenti emigrati, vorrebbe invertire questa tendenza all’emigrazione dall’Italia. Cosa ne pensa?
Penso, e l’ho anche scritto nel libro, che si tratti di un’iniziativa interessante. Un’iniziativa originale e coraggiosa, che un Paese normale non avrebbe neppure la necessità di dover pensare. Ma, il fatto stesso che esista, dimostra che questo non è un Paese normale. Sinceramente avete tutto il mio appoggio e l’incoraggiamento ad andare avanti, credo che siate sulla strada giusta. Ma, come dico anche nell’introduzione al mio libro, la vostra iniziativa corre il rischio di trasformarsi in un’“aspirina” o in un semplice palliativo per curare i mali endemici del sistema-Italia. Prima deve cambiare la mentalità di questo Paese e di chi lo dirige: quando i ventenni e i trentenni di oggi imporranno a quella gerontocrazia che fa il bello e il cattivo tempo di selezionare -e non di “cooptare”- la classe dirigente futura dell’Italia, allora le cose cambieranno per davvero. All’Italia non serve un Barack Obama: servono tanti piccoli Barack, figli meticci di un’Europa che li ha accolti e ha fuso in loro culture e modi di pensare diversi. Tra qualche anno saranno loro a imporre all’Italia un cambiamento radicale. Ma potrebbe già essere tardi, potremmo aver già perso il treno della globalizzazione. Voi indicate la via giusta e offrite gli strumenti necessari: poi però i giovani che ritornano devono trovare l’ambiente idoneo per poter lavorare. Devono trovare annunci di lavoro e inserzioni per ogni posto che si apre, a tutti i livelli. Devono poter essere selezionati in base al merito e al considerevole know-how accumulato all’estero in questi anni: devono, infine, essere pagati in base a quanto valgono, con contratti seri. Altrimenti si fa il gioco dell’oca, e si torna alla casella di partenza.
4) Tra le proposte di Controesodo, spiccano lo scudo fiscale, che prevede incentivi fiscali per il ritorno degli under 40, e il learn and back, con il quale si concede uno sconto fiscale a chi sosterrà spese per studiare e qualificarsi all’estero. Chi, dunque, investe in alta formazione e rientra in Italia potrà recuperare entro due anni parte delle spese sostenute attraverso l’attribuzione di un credito d’imposta. Cosa ne pensa?
E’ quello che già accade in molti altri Paesi. I quali, furbamente, mandano i propri giovani all’estero per studiare e poi se li riprendono formati, competenti e con una marcia in più. State portando un pezzo di Europa e di mondo civilizzato in Italia. Non so se lo stiate facendo con formule che ricalcano nello specifico quelle di altri Paesi, o se abbiate trovato una via originale. Ma non importano i dettagli: importa che qualcuno dia il segnale. Tuttavia ripeto: una volta tornati, questi giovani troveranno un Paese pronto a valorizzarli? Potranno entrare, che so, in un posto di alto livello della pubblica amministrazione senza essere considerati “in quota di”? Potranno avere contratti parametrati sulla base delle loro reali qualifiche? E’ quella la vera sfida, ma non possiamo vincerla da soli. La vostra è solo la prima tappa del Gran Premio della Montagna, per fare un paragone ciclistico. La vetta è ancora tutta da scalare. Sono gli stessi giovani a dover prendere coscienza che un’altra Italia è possibile, sono loro che devono pretendere a voce alta un futuro, rivendicando i propri diritti di cittadini europei, prima ancora che italiani. Sono loro, in ultima analisi, che devono rompere quella “cappa di vetro” (il ceiling glass di Hillary Clinton) che li soffoca e non consente di emergere.
5) Il suo libro ha costituito anche un’occasione di scambio di idee sul tema dell’emigrazione dei talenti attraverso un blog. I problemi del lavoro in Italia sono piuttosto chiari, ma quali sono le richieste specifiche che ha avuto modo di raccogliere attraverso il forum? Ha riscontrato anche proposte, soluzioni al problema?
Sul portale Linkedin ho recentemente aperto una discussione sulle modalità di selezione in Italia. Hanno risposto quasi solo italiani che vivono all’estero. Cito solo alcune idee emerse: trasparenza delle procedure e chiarezza del percorso selettivo; assunzione in base alle credenziali (esperienza e curriculum) e alle referenze (“referenze”, non raccomandazioni); processi selettivi a stadi (primo colloquio personale, colloquio di gruppo, controllo telefonico delle referenze, ecc.); stipendio e responsabilità parametrati sul livello di studi fatti e sulle competenze già acquisite. Intanto, per cominciare, basterebbe almeno rispondere ai curriculum inviati… lo fanno le grandi multinazionali, chi diavolo sono certe aziende italiane per non dirti neppure: “No grazie, non ci interessi?” Infine, trasformiamo la “raccomandazione italiana” in “raccomandazione all’anglosassone”: chi segnala non lo fa per biechi interessi personali, ma sulla base delle effettive capacità e potenzialità del candidato. Referenze allo stato puro, insomma. Chiudo augurandovi ogni successo: in un Paese normale, un’emergenza sociale come quella che tentate di risolvere sarebbe già stata passata con decretazione d’urgenza, come peraltro avviene da tempo con leggi molto meno legate all’interesse comune dei cittadini di questo Paese. Ma siamo in Italia, e anche voi vi dovete sudare il successo del progetto, nonostante sia bipartisan.
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